giovedì 29 gennaio 2015

Assemblaggi Provvisori

Assemblaggi Provvisori

Bando di concorso per la scelta, la produzione e l’inserimento nella programmazione di progetti presso la Tenuta Dello Scompiglio
Via di Vorno, 67 / Vorno, Capannori (Lucca)

L’Associazione Culturale Dello Scompiglio indice un bando internazionale, destinato a tutti gli artisti in ogni declinazione e ibridazione delle arti (visive, sceniche, musicali, ecc), incentrato sull’individualità in relazione e/o in conflitto con il genere e più specificamente con l’assenza di causalità e coincidenza tra il sesso biologico, il genere (mascolinità–femminilità) e l’orientamento sessuale. Un tentativo di instaurare il senso del dubbio, di rinunciare alla sicurezza dell’appartenenza e di agevolare il movimento tra le diverse tonalità e i diversi cromatismi, attraverso progetti che potranno mettere a fuoco aspetti socio-culturali, antropologici, biografici e autobiografici. Sarà scelta dei partecipanti affrontare e sviluppare il tema nella sua complessità o estrapolarne un solo aspetto.
La prima domanda che si pone circa un nascituro è: “maschio o femmina?”. Da quel preciso momento il nuovo io viene rivestito, omologato e incapsulato nelle costruzioni e negli stereotipi socio-culturali del genere maschile o femminile, come se questa dicotomia fosse un fatto “naturale”, come se fra i due ci fosse un muro o un’incompatibilità intrinseca. Questa presunta dicotomia potrebbe invece considerarsi come un vasto spettro sul quale muoverci liberamente o come qualcosa di cui liberarci definitivamente per trovare altri spazi di azione e nuovi assemblaggi identitari.
Alla concatenazione fra sesso biologico e genere segue poi l’omologazione della sessualità, come se questi tre elementi fossero solidamente e unilateralmente consequenziali. Per esempio, nel mondo occidentale, fino alla prima guerra mondiale, nella categoria dei colori adatti a un genere o all’altro, il rosa e l’azzurro erano usati in modo inverso: il rosa per i maschi e l’azzurro per le femmine. Eppure un secolo dopo si considera l’attrazione delle donne per il rosa un istinto naturale, una prova della loro intrinseca femminilità ed eterosessualità.
In che modo le convenzioni, le costruzioni sociali e culturali, interferiscono con l’identità? Fino a che punto la tradizione, gli stereotipi del linguaggio, dell’educazione, dei gesti, dello stile, dei costumi o degli approcci influenzano e forse mascherano chi siamo, come ci presentiamo, che tipologia di relazione instauriamo con l’altro e che ruolo ricopriamo nella società? In che modo possiamo scompigliare gli stereotipi come se fossero oggetti di scena, parti di un gioco in continua trasformazione o creare linguaggi che trascendano la dicotomia maschile/femminile e l’atto stesso della rappresentazione?

Chiharu Shiota


Chiharu Shiota

A Long Day
a cura di Franziska Nori
INAUGURAZIONE 24 MAGGIO 2014

fino al 12 ottobre 2014

Tenuta Dello Scompiglio

L’Associazione Culturale Dello Scompiglio presenta "A Long Day", la nuova installazione dell’artista giapponese Chiharu Shiota a cura di Franziska Nori, creata espressamente per lo spazio espositivo Dello Scompiglio. Essa presenta alcuni degli aspetti più incisivi del lavoro dell’artista unendo installazione, scultura e performance in una dimensione spazio temporale condensata. 
Nella creazione delle sue installazioni, Chiharu Shiota affronta i grandi temi esistenziali dell’uomo come la memoria e l’oblio, l’appartenenza e l’identità, la paura e la solitudine, la nascita e la morte. 
Per "A Long Day" Shiota utilizza fili di lana nera che intreccia in un lungo processo, fino a condensarli in una fitta tessitura, rendendo lo spazio impenetrabile. L’installazione racchiude un tavolo e una sedia attorno ai quali fluttuano fogli bianchi immobili e congelati nel tempo.
L’artista crea immagini tridimensionali, scenografie in cui oggetti di uso quotidiano perdono la loro funzionalità a favore di un valore emotivo e simbolico. Lo spazio tridimensionale diventa per l’artista la tela sulla quale dipingere un’immagine che nasce da un immaginario intimo e privato ma che nella trasposizione acquisisce una dimensione universale, una simbolicità poetica che si rivela al visitatore in tutta la sua forza espressiva. Il filo nero diventa tratto, diventa disegno nello spazio e allo stesso tempo traccia del corpo in movimento. Nonostante la sua totale assenza è il corpo a rimanere protagonista dell’installazione.  

Chiharu Shiota é una delle più affermate artiste giapponesi della sua generazione. Nel suo lavoro sintetizza i due filoni artistici che più sembrano averla influenzata: da un lato la tradizione giapponese del calligrafismo, che lavora sullo stato di concentrazione dell’artista prima dell’atto unico e irripetibile del gesto pittorico e, dall’altro, la lezione trasmessale da Marina Abramović, di cui è stata allieva e secondo la quale l’artista deve lavorare quasi asceticamente, in uno spirito di concentrazione meditativa che culmina in un atto apparentemente semplice, ma colmo di significato.




Almas lejanas / Almas de distância

Almas lejanas / Almas de distância

Rassegna di Video Arte Latinoamericana
1 febbraio - 6 aprile 2014 a cura di Fabrizio Pizzuto e Angel Moya Garcia
Tenuta Dello Scompiglio
A partire dal lavoro Beloved, incentrato sulle radici, di César Meneghetti si sviluppa un percorso sullo sguardo latinoamericano, attraverso una rassegna di videoarte che prevede un totale di 11 appuntamenti con la partecipazione di 6 artisti latinoamericani, taluni residenti in Europa, e 5 realtà dedicate alla videoarte d’oltreoceano, alcune con sede in Europa e altre in Sudamerica. 
La rassegna Almas lejanas/Almas de distância tuttavia non è incentrata sulla nostalgia ma sull'appartenenza. Il ragionamento video degli artisti e delle realtà selezionate è variegato e si occupa di mostrare una panoramica di diversi modi di fare immagine-video. 
Lo spostamento crea spaesamento ma anche riposizionamento, cultura che si arricchisce, visione che indaga, sovrapposizione di culture visive.
Si tratta di distanza intesa anche come oggettivazione, sguardo dell'anima, (come ogni anima è lontana, un soffio intangibile.) Qualcosa che si sente, che giunge dalla terra, dalle origini e si mescola alle conoscenze. Qualcosa che lascia una traccia, che talvolta si tende inconsapevolmente a rifiutare. Uno stato d’animo che non si può evitare, che segna irrimediabilmente chi siamo. Un richiamo-visione che si muta in percezione. Un'appartenenza.


martedì 27 gennaio 2015

Roberto Pugliese

Roberto Pugliese

Emergenze acustiche


a cura di Angel Moya Garcia

SPE - Spazio Performatico ed Espositivo
dal 19 ottobre 2013 al 19 gennaio 2014



In occasione dell’inizio del secondo anno di attività dello SPE-Spazio Performatico ed Espositivo della Tenuta Dello Scompiglio, l’artista Roberto Pugliese (Napoli, 1982) presenta l’installazione sonora “Emergenze acustiche“.

Il progetto nasce dalla volontà di analizzare la Tenuta come un processo sistemico in cui interazione, composizione e interdisciplinarità evidenziano il ruolo teoreticamente centrale dell’osservatore, attraverso l’indagine sulle relazioni che intercorrono tra spazio, suono e individuo.

La "Teoria generale dei sistemi" di Ludwig von Bertalanffy, in cui il biologo austriaco afferma come nei più diversi fenomeni -economici, epidemiologici, ambientali o sociali- sia necessario un approccio che analizzi non solo i singoli elementi, ma l'intera realtà generata dall'interazione di tutti i componenti del sistema, viene adottata dall’artista per ideare una sorta di “tessitura di suoni” sulla realtà dello Scompiglio. L’inserimento di dati numerici, derivati dalle attività culturali e didattiche, dalla produzione di vino, olio e miele, dal cippato di legna, dall’orto biodinamico o dalla produttività della cucina, in un software realizzato ad hoc e costituito da una serie di processi genetici, costituisce la base per una composizione elettroacustica che si dilata per tutto lo spazio espositivo.

Una grande installazione sonora in cui 80 tubi in plexiglas di diverso diametro e lunghezza, che agiscono come casse di risonanza della composizione, suggeriscono le connessioni tra i vari settori della Tenuta in maniera organica, partecipativa e articolata. Modulando il percorso, suggerendo la direzione dello sguardo e incitando il movimento continuo, invitano ogni visitatore a immergersi nell’ambientazione per diventare partecipe e regista della costruzione organica del luogo, sottolineando come l’individuo non possa essere solo un ricettore passivo di stimoli provenienti da un mondo esterno, ma, in un senso molto concreto, è egli stesso a creare il proprio universo.


http://www.delloscompiglio.org/it/cultura/arti-visive/2014-02-03-12-04-29/2013-06-23-19-41-05/emergenze-acustiche.html?view=event&event_id=124



Gian Maria Tosatti

Gian Maria Tosatti

Spazio #06

a cura di Angel Moya Garcia
dal 27 ottobre al 12 gennaio

Tenuta Dello Scompiglio
SPE – Spazio Performatico ed Espositivo

In occasione dell'inaugurazione dello SPE, Spazio Performatico ed Espositivo, nella Tenuta Dello Scompiglio, Gian Maria Tosatti presenta Spazio #06, ultima installazione site specific del ciclo "Le considerazioni sugli intenti della mia prima comunione restano lettera morta" in cui il tema centrale è l'identità dell'individuo e gli enigmi che la definiscono.
Uno spazio mentale in cui viene proposto un enigma senza una soluzione apparente. Un naufragio del ricordo in cui si evidenzia il riconoscimento di una realtà dell'essere che si concede solo come resto.
Lo spazio è una visione estrema e familiare al contempo. Un'ipotesi di altrove che non può essere che nel fondo di ognuno di noi, dove l'architettura dell'essere riproduce le forme semplici su cui abbiamo imparato a prendere le misure dell'esistenza, combinandole però in enigmi complessi. Le forme familiari diventano allora elementi analoghi, metafore attraverso cui sfondare la limitatezza della ragione e raggiungere il fondo della ferocia con cui il tempo e gli altri corpi spogliano tutto ciò che l'uomo cerca di trattenere.
Se l’installazione Spazio #03 (the dreamers), all’interno della mostra permanente “Il cimitero della memoria” negli spazi esterni della tenuta, nasceva dalla (con)fusione, trasformazione e manipolazione che le immagini del passato generano nel presente come enigmi al livello del pre-conscio; in Spazio #06, Gian Maria Tosatti costruisce un dispositivo in cui il visitatore non può rimanere spettatore di se stesso, né turista dell’intimo, bensì diventa straniero nella propria realtà quotidiana. Un meccanismo articolato che provoca un paradosso tra l’attrazione verso un ambiente domestico accessibile e l’avversione causata dalla sua inafferrabilità, se non come ombra o simulacro di se stesso.

La dimensione rassicurante dei pochi mobili disposti su una pedana di marmo diviene più straniante a ogni passo, più incerta a ogni sguardo e più onirica a ogni ticchettio dell’orologio a pendolo, che modula la presenza nello spazio ed evidenzia l’estrema solitudine della percezione. In questo modo, la rivendicazione della presenza del passato nel presente viene messa in discussione attraverso la fragilità dei ricordi, che si dileguano silenziosi, in attesa di diventare irrimediabilmente polvere.

http://www.delloscompiglio.org/it/cultura/arti-visive/2014-02-03-12-04-29/2013-06-23-19-41-6/spazio-6.html?view=event&event_id=216



giovedì 15 gennaio 2015

Derive. Variazioni qualitative del quotidiano

Derive. Variazioni qualitative del quotidiano 

Roberto Pugliese, Alessandro Sciaraffa, Emiliano Zelada 
a cura di Alberto Fiore e Angel Moya Garcia 

Il progetto si sviluppa a seguito di una residenza svolta tra settembre e ottobre a Roma e Genazzano. Durante questa esperienza gli artisti, sradicati dai loro ambienti quotidiani, si sono posti in una condizione ricettiva particolare verso stimoli non consueti. Il filo che lega il progetto espositivo alla residenza è la convinzione che il suono, tradizionalmente posto in secondo piano rispetto all’esplorazione visiva e fisica dello spazio, sia invece in grado di acquisire stimoli in tutta autonomia, conservarli nella memoria e condurli quindi in un percorso creativo. Ogni artista è stato in un primo momento al centro di una personale “deriva” per poi riflettere sugli input acustici, visivi e ambientali precedentemente sperimentati. Le opere presentate sono dunque la conclusione ideale di un percorso e la prova di come il linguaggio sonoro sia in grado di agire sulla percezione dello spazio per poi riformularne l’esplorazione.

Roberto Pugliese, partendo dall’idea di paesaggio sonoro di Schafer, la traduce in una deriva non più psicogeografica ma psicoacustica dove lo spettatore, nel suo movimento nell’ambiente, è preceduto dal suono che si muove intorno ad esso così da avvolgerlo. Gli elementi in plexiglass rivestono un doppio ruolo: sono la cassa di risonanza dei suoni sintetici e concreti prodotti dagli speaker e li rendono allo stesso tempo molto direzionati, di modo che lo spettatore abbia una percezione precisa del movimento sonoro. 



Partendo dell’esperienza della residenza a Genazzano, la deriva rappresenta per Alessandro Sciaraffa la partecipazione attiva alla conoscenza. In questo senso, le derive diventano evocazione del “conosci te stesso”. I suoni vengono direzionati anche in base alla risposta del visitatore che si vedrà costretto a rispondere all’installazione in modo non calcolato, dubitando delle proprie certezze. 


Emiliano Zelada propone un lavoro nato in collaborazione con la NASA e basato sullo studio di punti apparentemente fissi nel cielo che si rivelano nella loro emittenza sonora. Queste stelle producono un suono che sembra rimanere in sordina, non essendo percepito né seguito dai sensi e dalla mente: le stelle infatti sono state storicamente prese in considerazione dall’uomo per la loro componente visiva, che ha costituito un insostituibile punto di riferimento in diversi ambiti, dall’orientamento geografico alla mitologia.

http://www.ciacmuseum.com/documenti/1323421550_ciac_-_5_mostre_-_dicembre.pdf

Relazioni Interpersonali

Relazioni interpersonali


a cura di Angel Moya Garcia

con Francesca Banchelli, Roberta Cavallari, Corinna Conci, Eleonora Di Marino, Caterina Pecchioli, Barbara Uccelli e Valentina Vetturi

Tenuta Dello Scompiglio, Vorno, capannori (LU)

settembre 2011


Lo Schema di Johari, inventato nel 1955 da Joseph Luft e Harry Ingham, è collegato principalmente ad aspetti di comunicazione interpersonale. Esso prova a definire le relazioni interpersonali tra gli individui in quattro quadranti basati su due dimensioni.
Mentre nella dimensione orizzontale si misura il grado di conoscenza che la persona ha di se stesso, la misura verticale si riferisce invece al grado di conoscenza che gli altri hanno del soggetto.
La combinazione di queste due dimensioni porta all'identificazione di quattro aree: "Arena" o area pubblica, rappresenta le informazioni che sono note sia al soggetto che agli altri; "Facciata" o area privata, comprende le informazioni che la persona conosce di sé ma che gli altri ignorano; "Punto Cieco" o area cieca, le informazioni sulla persona sono note agli altri, ma non alla persona stessa; infine "Ignoto" o area dell'inconscio che rappresenta le informazioni sconosciute sia al soggetto che agli altri.

Nell'ottica dello Schema di Johari, che prova a definire le relazioni interpersonali tra gli individui in quattro quadranti, sette artiste sono invitate a lavorare sui rapporti intersoggettivi: dalla riflessione sulla propria identità fino ai dispositivi della comunicazione quotidiana. Addentrandosi in una o più aree di questo quadrante, valicando i labili confini che le dividono, accentando lo schema, capovolgendolo, reinterpretandolo o annullandolo attraverso il linguaggio performativo.




Enrico Vezzi

Enrico Vezzi
Il principio di Realtà
a cura di Angel Moya Garcia
Ex Officine Automobilistiche, Roma
febbraio, 2011 
Un intervento spaziale di Enrico Vezzi. Una ricerca sulla identità e la traccia di un tentativo di relazione confluiscono attraverso la divisione visiva dello spazio esattamente a metà, sollevando l’urgenza di riformulare la concettualizzazione della soggettività ed evidenziando le caratteristiche fisiche e mentali del luogo e anche di questo momento storico, diviso tra il rinnovamento e la conservazione.
L’invito a Enrico Vezzi (San Miniato, 1979) nasce dalla opportunità di analizzare la congiunzione di due ricerche parallele, un’indagine sulla identità e un tentativo di relazione, il cui punto di incontro si trova per la prima volta all’interno di “Reload”. L’idea è quella di dividere visivamente lo spazio esattamente a metà evidenziando le caratteristiche fisiche e mentali del luogo e anche di questo momento storico, diviso tra il rinnovamento e la conservazione. Questa distinzione si intreccia con un discorso più ampio in cui il sé e l’altro si contrappongono e si confrontano, l’essere-in-se-stesso si mette in questo modo in diretto rapporto non solo con l’essere-gli-uni-con-gli-altri ma anche con la realtà esterna attraverso un confine labile che si dilegua o si rafforza lungo lo spazio. Il principio di realtà segna le frustrazioni presenti in cambio di un assoggettamento verso il futuro. Questo sacrificio e la relativa scissione si collega alle tradizionali dialettiche imposte dai modelli teorici. In questo modo, sottolineando la frattura e lasciando in sospeso la risposta o l’utilizzo dalle destinazioni future, viene elaborata una rappresentazione di queste dicotomie attraverso cui proporre un modello di superamento di una realtà, di un’identità e di una concezione ormai obsoleta.


Pablo Rubio

Pablo Rubio
L'identità frammentata
a cura di Angel Moya Garcia
dal 15 ottobre al 22 dicembre 2010
Il lavoro dell’artista spagnolo Pablo Rubio (Cordoba, Spagna, 1974) si focalizza sulla rielaborazione dei ricordi e della memoria latente, per preservare un’identità che trema ogni giorno per l’imminente minaccia della sua scomparsa. Così, immerso in una dialettica dello spazio e del vissuto personale, costruisce testimonianze appena abbozzate, come malinconiche presenze nella nebbia, che si sovrappongono e si riproducono in ritmi reiteranti.
In quest’ottica, “L’identità frammentata” si sviluppa come una riflessione sulla graduale decostruzione della soggettività, e di conseguenza dell’identità, provocata dalla storiografia filosofica dell’ultimo secolo. Dall’ermeneutica tedesca passando per la frammentazione foucaultiana fino ad arrivare al pensiero debole italiano, l’individuo si è trovato a con-vivere all’interno di una collettività senza membri singoli. Una comunità che nasconde, cela o vieta qualunque proposta individuale e in cui il soggetto viene ridotto al mero rapporto con gli altri senza mai avere un’autonomia e un’ontologia propria.
Nella prima sala, tutte le pareti della galleria sono riempite da autoritratti dell’artista. Un’infinità di maschere nascondono l’identità, la frammentano e la deformano, costruendo paradossalmente uno specchio che riflette solo la propria immagine. Sguardi rotti che urlano, volti apparentemente identici che si sovrastano nella loro finzione e stati d’animo e atteggiamenti che s’interpellano reciprocamente. Nella seconda sala, le teorie e i paradigmi che ci hanno preceduto iniziano a indebolirsi e a sciogliersi nella propria autoreferenzialità. Le pagine che trattengono i ricordi e conformano la memoria collettiva si svincolano dal corpo della storia. Diventando leggere, precipitano irrimediabilmente verso il pavimento, rifiutando le teorie di Maurice Halbwachs e istigando a dimenticare consapevolmente tutto il finora. Infine, la terza sala è occupata da un’installazione di corde nere aggrovigliate che, scendendo dal soffitto, si aggirano sopra i visitatori come una grotta piena di stalattiti che gocciolano pensieri di un passato mai concluso definitivamente. In questo modo, se le radici degli alberi sono soprattutto un organo per l’assorbimento di acqua e sali minerali, ma anche di conduzione, riserva e ancoraggio al terreno, nelle sue opere le corde non toccano mai terra, rimangono sospese, negando qualunque vincolo con le proprie radici e con il proprio passato.

http://www.ingressopericoloso.com/pablo-rubio-lidentita-frammentata-works/


Diamante Faraldo

Diamante Faraldo
Dentro l'occhio dell'occidente

a cura di Angel Moya Garcia

Galleria OREDARIA Arti Contemporanee, Roma


Il 7 ottobre alle ore 19 si inaugura a Roma, presso la galleria OREDARIA in via Reggio Emilia 24, “Dentro l’occhio dell’occidente”, mostra personale di Diamante Faraldo (Aversa, 1962. Vive e lavora a Milano). Nel lavoro dell’artista la realtà richiede di essere contemplata, si riflette su se stessa, si nasconde e si deforma dietro lo sguardo. Installazioni, sculture e disegni richiedono calma e raccoglimento, invitano a perdersi al loro interno, impongono la necessità di fermarsi a scrutarli attentamente per distinguere sfumature, dettagli e particolari celati dietro materiali atavici come il marmo nero del Belgio o contemporanei come la camera d’aria.

I lavori in mostra compongono una struttura apparentemente lineare che nasconde tuttavia una circolarità intrinseca. Analizzando la Storia come catena di eventi e non come un
accumulo di rovine, il percorso si snoda come un vortice che ripercorre lo sguardo obliquo dell’occidente.

Una grande rappresentazione dell’Africa, luogo degli albori dell’uomo, disegni delle culture che hanno popolato il mediterraneo, deformati da una lente concava, fino ad arrivare a una grande mappa geografica riflessa, scrivono una antologia dello sguardo occidentale. Mentre in alcuni lavori predomina il contrasto tra i materiali, in altri la superficie viene divisa in frammenti geometrici. “Geometrizzare” un luogo significa, infatti, dominare e impossessarsi di un territorio, tracciando i suoi confini per imporre o stabilire regole, norme e prescrizioni.
Le grandi narrative, gli schemi di cultura globale o totalizzante che organizzano e spiegano la conoscenza e le esperienze, hanno tentato di imporre sistematicamente la propria visione al resto del mondo. Nello stesso modo, la sopraffazione dell’immagine nella cultura visiva contemporanea e soprattutto la sua manipolazione consapevole hanno provocato il fenomeno di non riuscire ad allontanare la pupilla. Lo sguardo rimane incollato perennemente a una finta certezza che comporta una vertigine inconsapevole, una fragilità delle sicurezze che lacera ogni possibilità di equilibrio nella percezione. 

In questo modo, lo sguardo deformato dell’occidente, pieno di pregiudizi dialettici, e prevaricante su ogni altra considerazione si ribella anomalo, esiguo, circoscritto e obsoleto. L’artista manifesta di conseguenza l‘urgenza di disobbedire, re-imparare, cercare nuove forme di confronto con il passato, di modificare in definitiva lo sguardo verso il mondo e ridisegnare una percezione e una cognizione alternativa delle cose, addentrandosi silenziosamente in contrapposizione alla mercificazione dell’immagine.



http://www.oredaria.it/artisti/scheda/57