giovedì 15 gennaio 2015

Il cimitero della memoria

Il cimitero della memoria


a cura di Angel Moya Garcia con Cecilia Bertoni

Tenuta Dello Scompiglio, Vorno, Capannori (LU)

Silvia Giambrone, Davide Orlandi Dormino, Pablo Rubio, Chiara Scarfò, Gian Maria Tosatti, Barbara Uccelli, Enrico Vezzi e Claudia Zicari

In un celebre passaggio, Nietzsche scriveva “L’uomo si meravigliò di non poter imparare a dimenticare e di essere sempre accanto al passato. È un prodigio: l’attimo, in un lampo è presente, in un lampo è passato, prima un niente, dopo un niente, ma tuttavia torna come fantasma e turba la pace di un istante successivo. Continuamente si stacca un foglio dal rotolo del tempo, cade, vola via e improvvisamente rivola indietro, in grembo all’uomo. Allora l’uomo dice: mi ricordo” (F. Nietzsche,1874)


Assimilazione, ritenzione, stratificazione, acquisizione e codificazione di nozioni, recepimento dello stimolo, traduzione in rappresentazione interna stabile e registrabile, categorizzazione, etichettatura legata agli schemi e alle categorie preesistenti, immagazzinamento o stabilizzazione delle informazioni apprese durante l’esperienza. Conosciamo appena i processi neurofisiologici connessi alla memoria e all’oblio e non sappiamo ancora indicare con precisione i loro luoghi nonostante gli intenti e i concetti legati alla sua definizione. La memoria può essere considerata un processo o solo un insieme di ricordi e immagini mentali? Una riproduzione esatta del passato o una sua ricostruzione approssimata? Possiamo considerare l’ecmnesia, la trasformazione dei ricordi in esperienze attuali, come una patologia della memoria o come il normale sviluppo di essa? Fino a che punto possiamo vivere il presente senza condizionamenti o vincoli con il passato?

Anche se già “Bergson aveva parlato della memoria come di un vero e proprio non-luogo, un altrove che avvolge costantemente il presente ma che appartiene come a un’altra dimensione” (E. Castelli Gattinara, 2001), la continua sovrapposizione e stratificazione di nozioni, interpretazioni e vissuti personali possono determinare non soltanto le nostre conoscenze, ma anche la nostra comprensione del presente.

La memoria, tuttavia, non può essere intesa solo come l’insieme delle esperienze passate, ma soprattutto come il modo in cui vengono elaborate, manipolate o modificate nel presente. Una “fusione degli orizzonti” (H.G.Gadamer, 1996), in cui l’uomo si trova incatenato, che deve essere gradualmente sciolta fino alla sua scomparsa.

Di fronte a questa problematica, otto artisti sono stati invitati per proporre una visione, un’interpretazione e una lettura soggettiva del proprio rapporto con la memoria. L’insieme denota un paradosso tra la tensione violenta con il proprio passato e la necessità di emancipazione nel proprio presente.

Nel lavoro di Clara Conci una tenda piombata dal cielo si adagiava lungo la sua caduta sul terreno che trovava, allungandosi e riposandosi su di esso. La leggerezza manteneva l’installazione sospesa, come i ricordi, sempre labili, che non trovano mai un luogo fisico definitivo. Un’installazione effimera che ha lasciato il luogo a una scala in vetro trasparente di Barbara Uccelli che parte dalla terra per ergersi poi fino alla cima dell’albero, piantata e solo in parte sepolta. In contrasto, Davide Orlandi Dormino distende un foglio bianco accartocciato per terra. La tabula rasa, simbolo della mancanza di memoria a priori e quindi della totale potenzialità di acquisizione di qualsiasi conoscenza, deve essere riempita dai passi scanditi sulla sua superficie. Silvia Giambrone elabora una simulazione sempre mutevole del reale, qualcosa di ontologicamente vero e falso nello stesso tempo. Le foglie cadute dall’albero perdono le proprie caratteristiche, fondendosi con i segni delle mani dell’artista. Pablo Rubio edifica una libreria della memoria, frammenti dimenticati in cui la parola scritta si amalgama, si fonde fino a perdersi bruciata sotto la terra. Chiara Scarfò definisce i confini dell’intimità tracciando un involucro sfrontato quanto inaccessibile. Vettori perimetrali o pieni di vuoto in cui trovare un nascondiglio privato per rifugiarsi o per fuggire da una società satura di rapporti effimeri. Gian Maria Tosatti costruisce un’installazione nata dalla (con)fusione, trasformazione e manipolazione che le immagini del passato generano nel presente come enigmi al livello del pre-conscio. Nel lavoro di Enrico Vezzi il rito di passaggio, la divisione dello spazio e la sua contemplazione provocano l’attrazione dei ricordi alla coscienza di forma arbitraria, aprendo porte che nessuno prima aveva mai osato di aprire. Infine, nel lavoro di Claudia Zicari la memoria rimane in bilico, precaria, scevra da ogni stabilità, stentando sempre a fuggire da se stessa.

“Per vivere il presente occorre liberarsi del passato, e la memoria è il gioco personale di ricordanze e oblio che lottano senza sosta. Liberarsi del passato vuol dire saper non essere il suo specchio, il suo mero deposito, il suo inerte ripetersi o riprodursi. Se non ci fosse oblio, nessun cambiamento sarebbe mai possibile, perché il peso del passato ci schiaccerebbe e determinerebbe incondizionatamente ogni scelta” (E. Castelli Gattinara, 2001).

http://www.delloscompiglio.org/it/cultura/arti-visive/2014-02-03-12-04-29/2013-06-23-19-41-8/cimitero-della-memoria.html



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